Prima dell’avvento della moderna geologia, alla fine del ‘700 per opera di James Hutton, le vene metallifere erano viste come degli enormi alberi che crescevano sottoterra e che talvolta affioravano sulla superficie delle rocce, qui il minatore doveva essere in grado di seguire le singole foglie di questo fantastico albero sino al ramo e ai frutti e, se era molto fortunato, poteva giungere al tronco dove avrebbe trovato un filone di straordinaria dimensione e ricchezza. Ricorderemo poi che gli antichi non distinguendo tra mondo organico (animali, vegetali) e inorganico (rocce), credevano che tutto il creato ubbidisse all’imperativo divino: “Crescete e moltiplicatevi”. Conseguentemente quando si stimava che una miniera o una parte di essa fosse esaurita, essa veniva accuratamente chiusa con un muro di pietre nell’attesa che il filone ricrescesse. Talvolta avveniva che, riaprendo una di queste gallerie, fosse effettivamente riscoperto il filone, ma ciò era dovuto al fatto che le infiltrazioni d’acqua avevano ripulito dalla polvere e dalla fuliggine le pareti dello scavo e facilitato la formazione di minerali di alterazione, che spesso hanno colori brillanti, rendendo così evidente la presenza di minerale. Ciò creava l’illusione che il filone fosse nuovamente sbucato dalle rocce. Parimenti quando il minerale era scadente, si pensava che bastasse lasciargli qualche anno di tempo affinché “maturasse”, migliorando in qualità.

L’escavazione e la ricerca venivano fatte dove il minerale affiorava in superficie, osservando la vegetazione, infatti certi tipi di piante crescono, ad esempio, se nel terreno sono presenti solfuri, o la presenza di taluni tipi di rocce, oppure seguendo intuizioni ed esperienze personali e persino su indicazioni di rabdomanti. A questo proposito Carlo Amoretti racconta come alla fine del XVIII secolo avesse portato in Valsassina per talune fantasiose ricerche minerarie un certo Pennet, un rabdomante francese : “Pennet ha indicato l’andamento delle miniere or di pirite or di ferro, che accompagna quella di carbon fossile, anche il val Sassina al Nord di Baiedo e Pasturo. Or non solo questa miniera v’è; ma un cavator di mine n’ha trovato già da molti anni un filone colla bacchetta. Nel maggio 1798 sapendo che Pennet dovea passar da Lecco colà mi trovai per condurlo sulla miniera di piombo poco prima scoperta sopra Mandello. V’andammo, la sentì, e indiconne la continuazione sin presso la chiesuola di San Giorgio” … “Continuammo a salire verso il monte e ci fu narrato, cammin facendo, che un certo Mainetti detto il Bettola avea trovato con la bacchetta di là non lungi una miniera da lui creduta d’oro.” … “Che Bettola avesse trovato quella vena colla bacchetta era cosa notissima, come noto era che morì di paura per qualche accidente sopraggiuntogli nello scavare, per cui fuggì tremando, e dimenticando il vaso dell’acqua-santa, senza cui ivi mai non lavorava; essendo egli pure nell’error popolare, che l’oro sotterra fosse del diavolo, e la bacchetta opera magica.”
Alla metà del XX° secolo sopravviveva ancora la credenza che il minerale avesse un processo temporale di “maturazione”. A tale proposito un anziano minatore, che aveva lavorato con la società “The Camisolo Mine Limited”, ritornato a visitare la miniera di Camisolo negli anni ’60 indicava con convinzione una galleria laterale di ricerca, nel ribasso Santa Barbara, riempita e murata con materiale sterile perché la galena, in gergo “la minera”, non era ancora matura.
Solo dai primi del ‘900 prima di iniziare ricerche ed escavazioni minerarie, gallerie stradali o idroelettriche vengono eseguiti rilievi e studi geologici anche con l’ausilio di prove geognostiche per indagare preventivamente la consistenza della mineralizzazione e/o la qualità delle rocce che si incontreranno lungo l’escavazione delle gallerie.

Tratto dal libro
MEMORIE DAL SOTTOSUOLO – Per una storia mineraria della Valsassina
di M. Tizzoni, P. Invernizzi, M. Lambrugo – ed. Bellavite
www.fotostoriche.valsassina.it
www.valsassinacultura.it

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